Infiltrati

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26 settembre 2012 di Il Komboloi

Infiltrati 

Articolo del blog “jacob foggia”


“…la parola compagno non so chi te l’ha data, ma in fondo ti sta bene, tanto ormai è squalificata” (Giorgio Gaber)

“E nell’ansia che ti perdo ti scatto un’altra foto” (Tiziano Ferro)

Le foto sono due.
Nella prima, nove poliziotti risultano immersi in un sipario boschivo.
Tre di loro sono incappucciati ed hanno lo scaldacollo alzato fino agli occhi.
Nella seconda, un discreto crocchio di caschi dei carabinieri avanza verso l’obiettivo. Qualcuno l’ha finanche superato. Lo scenario è ancora montano. Sullo sfondo, tre teste infagottate. Evidenziate dal pronto cerchietto rosso. Cappucci, cappelli, ancora scadacollo.
Scatti “rivelatori”. Girano in rete. Da un monitor all’altro, con la stessa puntigliosa costanza di un Tarzan tra i rami. Valsusa, senza alcun dubbio. Con tempismo, all’indomani di una battaglia.

Un piacere sottile, perverso, s’impossessa dei compagni. Un movimento della testa che travalica l’annuire. Che diventa saccenza, ammonimento. “Te l’avevo detto io, compare. Non c’è da fidarsi”.
E in una manciata di attimi si tira fuori dalla tastiera il nome di Cossiga.
Anche i sedicenni, i ventenni, i ventiduenni. Cossiga.
Cossiga e il suo Metodo. Sbirri negli angoli nevralgici degli spezzoni cruciali. A fomentare il caos. A generare lo scompiglio. A facilitare l’intervento poliziesco. A scatenare la repressione.
Uno dietro l’altro, a farsi posto per ripetere lo stesso stornello. Come se lo si conoscesse davvero.
Filastrocca di un nonno strafatto di vino novello, ripetuta biascicando le vocali, facendo fischiare le consonanti, con l’impellenza del sonno a presidio. C’era una volta. Di generazione in generazione, per un paio di giri gravidi di letteratura. E fantascienza. Ed ecco che gli sbirri infiltrati diventano un dato di fatto. Perché la memoria è produzione immateriale, e noi di queste memorie farlocche ne abbiamo stive piene. Undici anni, mese più, mese meno.
A dimostrazione dell’impossibilità strutturale di questo Paese di realizzare conflitto.
Perché il conflitto, quando c’è, è etero diretto, dicono i compagni. Pilotato. Orientato da grandi vecchi di ascendenza aliena, che giocano con noialtri schierati in formazione come il dio dei cattolici col planisfero.
Eppure si, si che ci piace guardare i greci! I francesi! Ultimamente persino gli spagnoli!
“Fare come da loro!”, gridano i muri, mentre in migliaia, bava alla bocca, si collegano in streaming alla diretta degli scontri di Atene. Finanche a Madrid è giunta l’eco della nostra esterofila invidia.
Gira persino un coso che noi, ai tempi nostri, non avremmo esitato a definire collage. In rete.
Mostra i popoli d’Europa battersi nelle piazze contro il mostro della moneta unica, della Banca centrale, dell’Unione. E gli italiani, placidamente assorti sotto l’ombrellone, ad affollare le spiagge o a guardare una partita di pallone.
Poi capita che un giorno la polizia venga affrontata. E alé.
Parte la caccia all’infiltrato. Alla dimostrazione che no, non può essere. Sono troppo furbi, i compagni, per credere che davvero qualcuno abbia rotto i recinti della nonviolenza opportunista. C’è puzza di bruciato, c’è qualcosa sotto. Una foto, due, magari d’archivio, magari risalenti allo sfondamento sulle Ardenne. “Te l’avevo detto io, compare. Non c’è da fidarsi”.

O è infamia o è ingenuità.
In entrambi i casi, checché ne dica il riscoperto Toni Negri, non sono il retaggio di un atteggiamento ancora Novecentesco del movimento.
Quanto piuttosto la prova che non esiste alcun movimento.
Che non si può edificare sulla pretesa che siano le sfumature a dividere le anime.
Altroché. C’è un deficit di cultura, che si riverbera in un approccio che sa di distrastro. Mica sottigliezze.
Cultura. Non i libri, no. Non quelli. Non i dibattiti, i convegni, le assemblee, i reading. E neppure il povero Gramsci, pescato dal cilindro quasi sempre a sproposito.
Cultura come esperienza di vita e di strada. Di battaglie. Di colpi presi e di colpi restituiti. Di botte date e incassate. Cultura di pratiche.
Sostenere e sbandierare ai quattro venti che si è scoperto l’arcano – che nelle manifestazioni vi sono infiltrati delle forze dell’ordine – è il modo più efficace, immediato e semplificato di gettare discredito sulla prassi della violenza e del conflitto aperto.
Delle due l’una: o si è consapevoli di ciò, e allora si rasenta la delazione, si indica al nemico un obiettivo depotenziato, delegittimato, screditato. E il nemico va in gol comminando anni di carcere come fosse niente, nel silenzio complice di chi ancora, undici anni dopo Genova, pretende di possedere il monopolio sulle pratiche e sui pensieri dello stare in piazza. O si è stupidi a tal punto da non individuare il legame tra il sospetto seminato e l’isolamento che precede gli arresti, le perquisizioni, i tribunali e le condanne. E quando – come per i fatti del 15 ottobre a Roma – le pene diventano mastodontiche, il silenzio che ne consegue è stupito e distante. Ma pur sempre complice.
Del resto: se i cattivi sono tutti fascisti o poliziotti infiltrati, a chi – col sano e dimostrabile pedigree democratico e socialista – può interessare? Sono agenti dei cattivi in divisa, questi cattivi incappucciati, che attaccano per finta, per scatenare la risposta e riempire le celle di sicurezza di tanti poveri buoni idealisti. Nessuna pietà per loro. Nessuna comprensione. La pubblica gogna, piuttosto. L’allusione e il non-detto. Che valgono più di un urlo. O di uno schiaffo.

Ma perché, da cosa nasce, questa brama di individuare l’infiltrato? Perché rallegrarsi quando lo si può mostrare per estenderlo ad un’intera categoria di manifestanti, dopo aver tifato per le molotov di Exarchia? Semplice. Per lo stesso principio per cui i “neri” erano affascinanti a Seattle, a Praga, a Goteborg ma non a Genova. Per lo stesso motivo per cui il Pkk, l’Ira, l’Eta, ma non le Br. La distanza. Il coinvolgimento. Facile, troppo facile, liberatorio quasi, potersi atteggiare ad estremista nei salotti della sinistra per bene. Indurre allo scandalo attraverso dichiarazioni ardite su quello o quell’altro movimento di piazza, sull’assalto alle banche e ai bancomat. Finché tra i salotti e la piazza, come in autostrada, si è obbligati a tenere una distanza di sicurezza. Una mezzeria esistenziale. Ma quando il fuoco si avvicina a casa, quando l’incendio non è più uno spettacolo di cui parlare dal terrazzo sorseggiando Mojito, allora ecco che lo scenario cambia rapidamente. Tumultuosamente, come i moti dell’anima. Meglio tutelarsi, affinché non ci sia la prova del fuoco a incidere sulla pelle il marchio della viltà. Affinché alle parole non debbano per forza seguire i fatti. Perché i fatti, oh, sono pericolosi, oltre ad avere la testa dura! Ed un conto è sproloquiare dell’audacia dei greci e ciarlare di rivolta in internet. Altra, ben diversa, è sapere che ti tocca. Che nella marea di pratiche difformi, un posto dietro la barricata lo si troverebbe, se lo si volesse. E qui scattano gli allarmi, come le campane la domenica mattina. Si ricorre ai distinguo. Si rovescia sul contesto – che si pretende marcio e traviato – il proprio limite. Si affida all’alibi la propria vigliaccheria. Message in a bottle.

Per tutto questo e per molto altro, non c’è da stupirsi quando poi sfiliamo tra ali di folla che ci danno dei “Fascisti!”. È il minimo. La risultante ovvia di una completa, imbarazzante, disarmante assenza di fortificazioni culturali e di strada tra i compagni “rimasti a Genova”. Nonché l’effetto collaterale di un dopolavorismo assai diffuso tra gli intellettuali che sono giunti alla Rivolta come palliativo per disintossicarsi dalla Playstation. Noi, mai come oggi, nell’epoca della “democraticizzazione” delle pratiche dopo l’oligopolio dei Social forum, nell’epoca della frantumazione creativa, della polverizzazione come nuova possibilità, riteniamo sia d’obbligo alleggerire le nostre fila. Smetterla di utilizzare quel termine glorioso divenuto sciocco del “Compagno” per definire chiunque – da sedicente – si piazzi dalla nostra stessa parte della barricata morale. E snellire il concetto stesso ai soli che – gomito a gomito – ritroviamo al nostro fianco quando la marea torna a salire. Ogni volta che sale. Gli altri, i delatori involontari, gli infami convinti, gli ingenui, gli intellettuali da salotto, i procacciatori di scoop in rete, annegassero pure. Non spenderemo per loro una parola di cordoglio, né verseremo per loro una lacrima.

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