Un anno fa moriva Giorgio Bocca

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26 dicembre 2012 di Il Komboloi

Ad un anno di distanza dalla morte di Giorgio Bocca. Il giornalista-partigiano. Nonostante i suoi 91 anni ha scritto fino a pochi giorni prima di morire.

Il fondatore di “La Repubblica”, insieme ad Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo, ed ex partigiano nelle fila di Giustizia e Libertà, il movimento politico liberal-socialista fondato a Parigi nell’agosto del 1929 da un gruppo di esuli antifascisti, ha agito nelle fila partigiane in Valle D’Aosta e nel suo Piemonte.
giorgiobocca
Nato a Cuneo nel 1920, ha rappresentato un ponte per il mondo del giornalismo: dalla Resistenza partigiana al nuovo millennio.

Sono tanti i giornali sui quali la penna di Bocca ha calcato i segni e raccontando storie; partendo da La Provincia Grande, Sentinella d’Italia., quotidiani cuneesi, passando per L’Europeo e Il Giorno, di Italo Pietra, per poi scrivere su L’Espresso.

“Nell’Italia liberata prima ci disarmarono, parlo di noi partigiani, e poi ci chiesero di tenere in qualche modo in piedi la baracca dello Stato. A me, che avevo comandato una divisione di Giustizia e Libertà, offrirono, a scelta, un posto da vicequestore o da sindaco. Dissi che preferivo un posto da giornalista a GL, l’edizione torinese di Italia Libera, il quotidiano del Partito d’Azione a Torino”. Così Bocca spiega la sua motivazione nel voler intraprendere la carriera giornalistica.

Ricordare Bocca oggi vuol dire ricordare le sue battaglie, le sue inchieste e i suoi servizi che hanno raccontato l’Italia del boom economico e degli anni di piombo; il bel Paese che ha goduto di tanta agiatezza ma che ora sbatte il conto in faccia all’attuale generazione.

A proposito degli anni del terrorismo, Bocca  ha raccontato: “Era molto difficile fare il giornalista nei giorni del terrore. Il nemico che poteva ucciderti o gambizzarti poteva essere il signore della porta accanto, o un amico di tuo figlio. Un giorno vado a un’assemblea studentesca, si avvicina un giovane e mi chiede: ‘Tu sei Giorgio Bocca, il giornalista?’. Sì, rispondo. ‘Spiegami una cosa: perché nei tuoi articoli dici che non sai chi sono e dove vivono i brigatisti rossi? Vedi, in quest’aula ce ne sono almeno cinque, tre regolari e due ausiliari, non ancora clandestini, vivono a casa loro e collaborano quando occorrono'”.

Ha lasciato, oltre che il ricordo, anche un testamento etico: “Tutti quelli che fanno il giornalismo lo fanno sperando di dire la verità: anche se è difficile, li esorto e li incoraggio a continuare su questa strada”.

Durante una delle sue ultime apparizioni in tv ha attaccato il nuovo mondo dell’informazione: “I giornalisti della mia generazione erano mossi da un motivo etico: ci eravamo messi tragedie alle spalle, perciò il nostro era un giornalismo abbastanza serio. Oggi la verità non interessa più a nessuno» e «l’editoria è sempre più al servizio della pubblicità”.

Le sue affermazioni sono state sempre pungenti e hanno sempre colpito nel segno, come un ottimo schermidore che riesce a colpire l’avversario con grazia e onestà: “Mi ha stufato la politica com’è in Italia. Che accade nel bel paese? Accade quel che è sempre accaduto: le ideologie passano, la voglia di potere e di privilegi resta”.

Nel 2007, in un’intervista rilasciata a L’Espresso, racconta come lui ha visto l’involuzione italiana: “Sono certo che morirò avendo fallito il mio programma di vita: non vedrò l’emancipazione civile dell’Italia. Sono passato per alcuni innamoramenti, la Resistenza, Mattei, il miracolo economico, il centro-sinistra. Non è che allora la politica fosse entusiasmante, però c’erano principi riconosciuti: i giudici fanno giustizia, gli imprenditori impresa. Invece mi trovo un paese in condominio con la mafia. E’ il successo di chi elogia i vizi, i tipi alla Briatore”.

Non sono mancate le critiche contro il modus operandi di Silvio Berlusconi, visto, da Bocca, come il prosecutore della politica craxiana.

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